Charlie Parker - Slow boat to China

Anihsa aprì l’armadio per vedere se c’erno veramente i suoi abiti come le aveva detto il pirata. Con sorpresa trovò effettivamente le sue cose riposte in modo ordinato. Non aveva avuto ancora modo di conoscere tutto l’equipaggio, ma si sentiva di escludere che qualcuno di quei marinai avesse potuto mettere un mazzetto di lavanda secca fra gli indumenti. Sembrava che fosse stata la mano di una donna a sistemare le sue cose e questo le sembrò alquanto strano.

Scelse una maglietta ed un paio di jeans che posò con cura sul letto. Poi, si diresse verso il bagno dove, inaspettatamente, trovò anche una doccia. Questo proprio le sembrava strano poi rifletté sul fatto che probabilmente si era fatta un’idea del tutto sbagliata sui pirati. Una bella doccia era proprio quello di cui aveva più bisogno in quel momento.

Tornando nella sua cabina, avvolta in un grande asciugamano bianco, si accorse che il corridoio era tappezzato di immagini di posti meravigliosi: atolli con spiagge bianchissime, cascate che sgorgavano all’interno di foreste lussureggianti, persino un iceberg con una famiglia di orsi polari. C’erano anche dei quadri, non sapeva chi fosse l’autore ma era certa di averli visti su qualche libro o giornale e si sentiva certa che quelli dovevano essere gli originali. Come faceva un barbaro, un assassino come El Marro ad apprezzare l’arte?

Continuando a percorrere il corridoio, trovò alcune foto che ritraevano El Morro alla guida di uomini e donne, indigeni di un qualche sconosciuto paese, nel combattimento contro una moltitudine di soldati molto più organizzati e meglio armati.Una piccola didascalia recitava “Battaglia di Concunuba 1…” il resto dell’indicazione era stato rosicchiato dal tempo. La colpì una delle donne, era molto bella ed invece di guardare in faccia il nemico sembrava intenta ad osservare compiaciuta il pirata.

Entrò nella cabina ed indossò gli abiti che si era preparata poi cercò uno specchio per vedere il risultato ma, come atteso, non trovò nulla. Si sistemò meglio i pantaloni, si spazzolò velocemente i capelli. Pronta. In quell’istante bussarono all’uscio e la voce del suo rapitore sbraitò: “La cena è pronta!”. Pur potendo uscire immediatamente, maliziosamente, si diresse verso l’oblò e constatò che il mare tinto di rosso dal sole ormai prossimo al tramonto era una vista fantastica. Poi fece trascorrere ancora un po’ di tempo, preparandosi il letto, e girovagano per la cabina, finchè sentì battere impazientemente sulla parete che divideva la sua cabina da quella di El Morro. Ecco, ora poteva andare.

Bussò alla porta della cabina del comandante ed entrò senza attendere risposta con piglio battagliero, ma si bloccò quasi subito. Si aspettava di trovare qualcosa di diverso. La stanza era illuminata dalla luce rossa del tramonto e dalla tenue luce di un abat-jour posto in un angolo della cabina. Sul tavolo, e di questo ne rimase quasi sconvolta, c’era anche una bottiglietta con dei piccoli fiori oltre ai piatti in legno, le posate, bicchieri in terracotta ed una bottiglia di vino che, a giudicare dallo stato, doveva avere parecchi anni.

L’uomo le andò incontro e sorridendo le disse “Buonasera Anihsa, benvenuta a bordo, accomodati.” E con galanteria le accostò la sedia. Si era dato una bella ripulita, notò la donna che poi lo scrutò con attenzione come solo le donne sanno fare. Osservò l’ampia camicia bianca di cotone con colletto, pulita ma non stirata. Sui jeans che indossava, niente da dire: ecco qualcosa che avevano in comune. L’unica cosa.

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“Questo vino” disse il pirata mentre iniziava a mescerlo “attendeva un’occasione speciale da quasi trent’anni. Questa bottiglia mi fu regalata da una persona cara che a sua volta l’aveva ricevuta da suo padre. Pensavo che non l’avrei mai aperta ed oggi mi è capitata tra le mani. Forse un segno del destino. Salute!”.

El Morro, fiutò ad occhi chiusi il vino facendolo roteare nel bicchiere, poi ne assaporò gli aromi facendolo scorrere lentamente. Era evidente che a ciascuno dei profumi e dei sapori stava associando dei ricordi che il suo viso tradiva essere tristi. Restò così, immobile e ad occhi chiusi per alcuni secondi poi ritornò al mondo con un sospiro profondo e riacquistando l’espressione serena che aveva avuto al momento del brindisi.

“Bene, come detto il menù è fisso. ” Anihsa si rese conto di quanto diverso fosse il tono di quell’affermazione da come l’aveva sentita poche ore prima dallo stesso uomo. “Il menù è fisso e la cena l’ho preparata personalmente. Di fronte alla porta di questa cabina c’è una piccola cucina. Un posto dove ho esclusivo accesso. Cucinare non solo mi piace, ma mi permette di rilassarmi e recuperare le energie e con la vita che faccio, credimi, poterlo fare è notevole. Benché questo vino sia rosso, contrariamente ai luoghi comuni, si sposerà perfettamente con la cena”.

Si era dato molto da fare, e ad ogni portata si compiaceva se la donna apprezzava il risultato. Mangiarono code di gamberi profumate al basilico, polpi ai pomodori secchi, zuppa fredda di cetrioli ed aringhe affumicate, pesce spada marinato allo zenzero. Mangiarono e chiacchierarono del più e del meno. Fuori si era fatto buio e la lampada non era sufficiente così El Morro aveva acceso un moncone di candela. La luce traballante rifletteva scintillante nei loro occhi e rendeva particolarmente sensuale ed affascinante la donna e l’uomo non poté fare a meno di accorgersene soffermatosi in silenzio od osservare prima gli occhi e poi le labbra. Fu un attimo, ma lungo abbastanza per consentire ad Anihsa di constatare come la stessa candela rendeva ancora più intrigante quell’uomo. Ed anche abbastanza lungo da imbarazzare i due che, simultaneamente, si ritrassero.

“Si è fatto tardi, tra poco dovrò iniziare il mio turno di guardia. Ma prima di lasciarci, vorrei che tu mi raccontassi del tuo nome.”

“Non è il mio vero nome.”, disse “E’ una storia che risale a molti anni fa. Una taverna, due amici… Non mi va, però, di raccontartela ora. In fin dei conti dovrei avercela a morte con te, visto che poche ore fa me ne stavo tranquilla a casa mia ed ora sono qui, rapita da un bandito e sua prigioniera”.

“Avresti dovuto ascoltarmi, accettare le mie condizioni invece di provocarmi con un ‘non avrai mai il coraggio di portarmi via’ . Noi ri… noi pirati siamo molto permalosi. Non mi hai dato altra scelta” Disse con tono molto fermo ed aggiunse, dopo essersi calmato “Comunque capisco il tuo stato d’animo. Ne riparleremo un’altra volta. Il viaggio è lungo, come ho avuto occasione di dirti. Ed ora, devo proprio andare.”

Anihsa si alzò, quasi di scatto e prima di girarsi per uscire dalla cabina osservà che anch’egli era a piedi nudi. Si diresse verso la porta la aprì e, senza voltarsi, salutò mentre El Morro la seguì fino alla soglia e li si fermò scortandola con lo sguardo fino alla sua cabina. Prima di entrare, lei si voltò indietro ed incrociò lo sguardo dell’uomo per un breve istante sufficiente a far provare un brivido ad entrambi. Poi le porte si richiusero.

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El Morro rimase alcuni istanti con la mano sulla porta a ripensare alla serata. Poi indossò un paio di stivali e si diresse in coperta per il suo turno di guardia. Quasi sempre riservava per sè quel turno, perché amava osservare le stelle ed il mare di notte. Ma anche perché pensava che un capo per prima cosa deve dare l’esempio per guadagnarsi il rispetto dei suoi uomini e l’autorevolezza necessaria a comandare senza troppi problemi una simile ciurma.

Fece un giro di ricognizione e poi andò a sistemarsi sul ponte di comando esterno. Complice la stagione estiva, il tempo buono ed il vento favorevole, la navigazione notturna era alquanto piacevole. Aveva imparato a riconoscere le stelle e a determinare con buona aprossimazione la posizione della nave anche senza consultare strumenti. “Se le condizioni restano queste” si disse “in quindici giorni saremo a destinazione e senza consumare nemmeno un litro di gasolio per la navigazione”.

Questa considerazione gli consentì di rilassarsi, respirò a pieni polmoni per assaporare appieno il profumo del mare, ma quello che sentì era un’altro profumo. Era quello della sua prigioniera. Si voltò di scatto pensando di vederla alle sua spalle, ma non c’era nessuno. Si rese conto di come l’immaginazione gioca spesso brutti scherzi.

Passò il suo turno di guardia tentando di rivolgere i suoi pensieri altrove, ma le immagini della cena si ripresentavano in continuazione. Rivedeva gli occhi della donna, le sue labbra, i suoi capelli. Ricordava perfettamente la forma delle sue mani.

Nel frattempo, nella sua cabina, Anihsa se ne stava seduta sul letto ripensando alla sua giornata a com’era iniziata e, soprattutto, a come si era conclusa. Aveva provato a coricarsi, ma dopo essersi rivoltata lungamente nel letto, aveva desistito. Meglio assecondare certi pensieri, piuttosto che tentare di respingerli.

Voleva odiarlo, ma non riusciva a farlo per più di qualche secondo, poi si scopriva a sorridere al ricordo di qualche particolare della cena. Avrebbe potuto dire quanti fossero i bottoni della camicia, descrivere accuratamente la mano che teneva il bicchiere mentre El Morro assaporava il vino. E così passava il tempo: si alzava dal letto ogni volta che si forzava a provare odio per il suo rapitore e poi si lasciava mollemente cadere su di esso quando le tornavano alla mente i ricordi della cena.

Erano le tre del mattino quando sentì El Morro rientrare nella sua cabina dopo la guardia. Finalmente, entrambi, riuscirono a prende sonno.

Continua