Santana - Corazon espinado

El Morro era un uomo alto e robusto che il sole in tanti anni di navigazione aveva firmato con evidenti rughe che attraversando il volto incorniciavano due occhi neri, profondi come il mare di notte, quel mare che tanta parte della sua vita aveva ed avrebbe ancora avuto. Indossava abiti semplici che poco avevano a che fare con quelli che l’immaginazione faceva appartenenti ad un pirata, terrore dei mari. Sul capo una bandana a nascondere quello che quasi cinquanta primavere avevano lasciato.

Come il suo abbigliamento, così era anche la sua cabina: appariva semplice, quasi scarna. Un letto, un armadio e la scrivania, queste le poche suppellettili che vi trovavano posto. Sulla scrivania, un piano grezzo in tavole di faggio lungo poco meno di due metri e largo quasi uno, le cui scalfitture raccontavano di aspri combattimenti, trovava posto il mondo di El Morro: mappe, strumenti per la navigazione, il diario di bordo, attrezzi da scrittura, un bicchiere riempito a metà di vino rosso, qualche attrezzo per pulire la pistola e una manciata di munizioni. Chiunque immagini un pirata, lo vede seduto su di una poltrona, quasi un trono, mezzo ubriaco, la testa reclinata da un lato, El Morro,al contrario, se ne stava seduto su una robusta sedia in legno, lo sguardo vigile seguiva la mano che tracciava la rotta lasciando trasparire la preoccupazione per il carico che trasportava. Un oblò semi aperto consentiva di scorgere il mare di babordo mentre una finestra gli permetteva di tenere costantemente sotto controllo la coperta dell’imbarcazione.

Nella cabina accanto si trovava Anihsa, la donna che aveva rapito e che ora lo tormentava un poco. Donna a bordo porta sventura, questo si ripeteva all’infinito nella sua mente benché egli tentasse di tenere quel pensiero il più lontano possibile. Poteva quasi sentire le voci e percepire gli sguardi dell’equipaggio che mal vedeva quella presenza a bordo. Ed ancora peggio sarebbe stato se avessero saputo la ragione di quel rapimento: non un riscatto ma la reazione ad una sfida che la donna gli aveva lanciato.

La donna, di poco più giovane di lui, aveva uno sguardo fiero, determinato ed a tratti quasi canzonatorio. Non appariva per nulla intimidita dalla situazione nella quale era venuta a trovarsi. Nonostante gli abiti non sottolineassero la sua femminilità, era affascinante ed intrigante. Gli occhi raccontavano i suoi sentimenti senza l’inganno di colori posticci, le labbra ispiravano languidi sussurri, il tutto in un volto dai lineamenti dolci racchiusi da morbide ciocche castane. Era stata rinchiusa nella cabina più grande della nave, dopo quella del comandante, avendo fatto sloggiare il nostromo che, naturalmente, se l’era presa decisamente a male.

Si trovava li da alcune ore e man mano che il tempo passava, udendo le voci della ciurma per nulla rassicuranti, cominciava a pensare che si era cacciata in una situazione fastidiosa e la conclusione le appariva tutt’altro che scontata. Immersa in questi pensieri non si accorse che l’attività sul ponte si stava facendo via via più frenetica. Fu la voce dei El Morro a riportarla alla realtà: “Ciurma, salpate l’ancora, issate le vele, rotta per i caraibi. Si torna a casa!”. A quel “Si torna a casa” corrispose l’urlo di gioia della ciurma seguito dall’attività sincronizzata per l’armamento della nave. Gesti rapidi, svolti con la confidenza di chi ben conosce le manovre; in pochi minuti l’imbarcazione prese il largo sospinta dalla termica pomeridiana. Il sole era ancora abbastanza alto, ed il riverbero sullo onde disegnava immagini fluttuanti nella cabina passando attraverso l’oblò dal quale si poteva scorgere, non senza qualche difficoltà, la terra ormai quasi completamente di poppa.

L’urlo dei marinai aveva scosso Anihsa che riacquistò quel suo sguardo sicuro proprio quando El Morro bussò alla sua porta. Lei non rispose. Il bussare sulla porta divenne deciso ed insistente così disse: “Se dicessi che non voglio vedere nessuno sarei ascoltata? No! Entra, quindi, pirata!”.

La porta si aprì ed il pirata entrò, dovendosi chinare. Senza tergiversare fissò la donna negli occhi e disse: “Questa nave non è molto grande, il viaggio lungo e la ciurma prima o poi diventerà nervosa. Io posso essere tuo amico o tuo nemico, dipende da te, ma ricorda che la tua speranza di superare indenne questo viaggio è legata al fatto che io sia tuo amico. Spero di esser stato sufficientemente chiaro, perché questo non ho intenzione di ripeterlo.”

Per tutta risposta lei gli rivolse le spalle dirigendosi altera verso l’oblò. Era chiaro, quella donna amava il rischio.

“Sarà il caso che ci presentiamo, così, almeno, quando dovrò prendermela con te saprò come chiamarti. Allora, donna, qual’è il tuo nome?”. Lei si voltò, lentamente e lo scrutò da cima a piedi, poi lo fissò gelida negli occhi e disse: “Anihsa è il mio nome”.

“Anihsa? Ah,ah,ah” sghignazzò “che razza di nome è?”.

“Il mio. Se non ti piace, chiamami c0me ti pare. E non è detto che tu abbia risposte”.

Il pirata espirò lentamente e disse: “Va bene, va bene. Chiedo scusa. Ognuno porta un nome che gli è stato dato per qualche motivo dai genitori o da chi lo circonda. Il mio, ad esempio è ‘El Morro’. Mi è stato dato da quella masnada di ubriaconi che è la mia ciurma, quello che mi diede mia madre l’ho scordato. Ed ora, dimmi, da dove viene Anihsa?”

La prigioniera assumendo una postura appena un po’ meno rigida rispose: “E’ una lunga storia, e per il momento non ho alcuna intenzione di raccontartela. Il fatto di avermi rapita non implica che tu possa disporre di me in qualche modo. Impara a chiedere ‘per favore’ invece di pretendere le cose con così poco garbo”.

“Bene, dunque non vuoi rinunciare al tuo atteggiamento. Come detto, il viaggio è lungo ed avrai tempo di cambiarlo tuo malgrado e così ci sarà anche il tempo perché tu mi racconti del tuo nome e molte altre cose. Fra un’ora si cena, nella mia cabina.” Ed aggiunse con non poco sarcasmo: “Spero non ti dispiaccia se il menù sarà fisso e non ‘a la carte’. Li, nell’armadio, ci sono degli abiti che ho fatto portare via dalla tua casa. Il bagno è in fondo al corridoio. Nessuno è autorizzato ad entrare in questa parte della mia nave, quindi sei al sicuro. Ma non ti consiglio di uscire dalla porta che da sul ponte, li sopra nemmeno io potrei difenderti con certezza. Sii puntuale”.

Detto questo, uscì sbattendo la porta.

Continua