Laicità o ateismo sociale?

In natura le cose non hanno mai un perché, nel senso che non accadono con uno scopo (futuro) ma in seguito ad una causa (passata). Non c’è, in sostanza, alcun progetto. Siamo noi, esseri umani, a vedere nella progressione di cause-effetti a vedere uno scopo finale. Nella realtà dei fatti, uno stato potrà sempre mutare in diversi altri, quale dei quali si realizzerà dipende da un insieme di fattori anche (se non soprattutto) esterni alla sequenza che ha determinato la condizione attuale.
E’ la parte razionale umana che ha necessità di vedere le relazioni causa-effetto proiettate anche nel futuro. Questa caratteristica di razionalità, apparentemente logica, fa si che la si consideri una necessità generale, anzi, universale.
Da ciò derivano conseguenza piuttosto importanti, quali, ad esempio, l’esistenza di dio. Di un essenza che sia il motore delle cause-effetti e che, in quanto senziente, ne sia anche il progettista. Le conseguenze sono molto pesanti, poiché consentono di giustificare anche le peggiori nefandezze poiché pur disgiunte completamente da ogni istinto, sono riconducibili ad una volontà superiore che, per quanto artefatta, appare razionalmente plausibile.
L’ammissione d’esistenza di una “progettualità”, produce anche altre significative conseguenza.
Tanto per citarne una, la costituzione di classi che si collocano in una serie ordinata in funzione di quanto possano essere considerate vicine o lontane dal progetto scelto come riferimento. Da ciò si può giungere a giustificare l’esistenza di ceti sociali ed a stabilire che gli esseri umani non siano tutti uguali. Basta, in effetti, definire di volta in volta il metro opportuno.
Da un punto di vista etico, ciò non ha alcun senso potendo applicare gli stessi principi etici su ciascuna di queste classi. Da un punto di vista sociale, intendendo con questo termine relazioni tra individui il cui scopo “biologico” è la sopravvivenza della “specie”, ancora meno. Una classificazione di tipo sociale ha per sua natura lo scopo di farne vincere una, posta a priori in cima alla graduatoria. E’ evidente che questo scopo è decisamente in contrasto con la conservazione di una specie che essendo troppo omogenea avrebbe poche possibilità di adattarsi a situazioni ambientali sfavorevoli.
Negli animali, quando esiste una classificazione gerarchica, questa è determinata da fattori naturali esterni e non da un progetto precostituito, per questa ragione le due non possono essere confrontate.
Socialmente, rimosso l’artefatto delle classi, diventa necessario rimuovere anche le classi stesse. Riuscire in questo intento richiede che venga superato l’assioma di progettualità, insomma che ci si liberi di qualunque teologia. Finché si ammette l’esistenza di un dio, se ne ricaverà sempre come conseguenza una divisione in classi. Questa rimozione non può che avvenire dal basso (nel senso senso gerarchico delle classi) poiché solo la classe al più basso livello dei rapporti sociali non ha interessi nel mantenere la struttura gerarchica, non derivandone da essa benefici e, di conseguenza, non ha alcuna necessità di sostenere l’esistenza di dio.
La laicità di una società non è sufficiente a garantire una stabile eliminazione delle classi, poiché contiene in sé la causa del suo fallimento.

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